“Mai abbastanza” è il nuovo singolo di Matoh, un brano che affronta il senso di inadeguatezza trasformandolo in un messaggio di condivisione. Al centro del videoclip c’è un teatro vuoto, metafora della paura di esporsi e del confronto con il giudizio più severo: quello verso sé stessi.
Diretto da Gianluca Scalia, il video traduce in immagini questa tensione interiore, culminando in una scena finale simbolica, in cui l’ultimo spettatore rimasto è proprio l’artista. “Mai abbastanza” diventa così non solo una canzone, ma un invito a sentirsi compresi, anche nei momenti di solitudine più profonda.
Il teatro vuoto del videoclip è uno spazio molto simbolico: cosa rappresenta per te?
Rappresenta la paura di mettersi in gioco, del giudizio, ma allo stesso tempo il coraggio di affrontare la critica peggiore di tutte: la propria.
Come hai lavorato con il regista per trasformare l’inadeguatezza in immagini?
Io e Gianluca Scalia siamo arrivati al terzo lavoro insieme. Ormai abbiamo raggiunto una connessione artistica tale da ritrovarci l’uno nelle idee dell’altro. Lui trova sempre il modo migliore per trasmettere quello che esprimo ed io capisco sempre al volo i modi in cui lui vuole che io lo faccia.
Il pubblico in sala diventa una forma di giudizio: è qualcosa che senti spesso?
Sì, ma non perchè io sia davvero giudicato, ma banalmente perchè io stesso mi pongo sotto i riflettori, quasi a voler mettermi costantemente alla prova, così che quando arriva il vero giudizio, io possa sentirmi davvero pronto e libero di espripermi per quello che sono.
C’è una scena del video che senti più tua delle altre?
Senza dubbio la scena finale, nella quale l’ultimo spettatore che resta fino alla fine siamo proprio noi stessi: il giudizio più severo, più vero e proprio per questo, probabilmente, anche il più doloroso.
Dopo aver visto il video finito, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla canzone?
Ho capito il suo potenziale. Non come canzone, ma come messaggio. Quello che voglio trasmettere è la possibilità di essere compresi, di capire che non si è da soli nella sofferenza, anche quando ci sembra di dover sostenere da soli tutto il peso del mondo. E’ un lungo abbraccio pronto ad accogliere chiunque non abbia un posto in cui rifugiarsi. Non mi ergo certo a salvatore della patria, ma in quei momenti ammetto che avrei tanto avuto bisogno di riconoscermi nel dolore di qualcun altro, e forse è proprio per questo che l’ho scritta.

