Con “A Gambler’s Demise”, pubblicato da Overdub Recordings, gli State Of Neptune trasformano l’idea della scommessa in una riflessione profonda sul senso della vita. Il disco non si limita a raccontare la fine dell’azzardo, ma mette in discussione la tendenza a delegare al caso, alla fortuna o a un “oltre” astratto le responsabilità del presente.
Tra tensione emotiva e consapevolezza, l’album invita a scegliere il qui e ora, affrontando la sofferenza senza retorica e cercando dentro di sé le risposte. Un lavoro compatto e coerente, che unisce dimensione personale e collettiva in un percorso di trasformazione.
Per Spettakolare, la band approfondisce il cuore concettuale di un disco che suona come una domanda aperta rivolta a ciascuno di noi.
“A Gambler’s Demise” ruota attorno all’idea di scommessa come delega del senso della vita. Quando avete capito che questo concetto non era solo lirico, ma strutturale per tutto il disco?
La title track è stata (insieme alla opening track “Now I Remember My Face Again”), l’ultima canzone ad essere scritta per il disco, e si trovano in queste posizioni proprio perché hanno dato quella struttura a cui la domanda fa riferimento. Tutti gli altri brani che nel frattempo avevamo scritto hanno trovato una collocazione coerentemente al senso generale che volevamo che il disco avesse, e ognuno di loro racconta una parte essenziale della consapevolezza che ci ha guidati dall’inizio alla fine della composizione.
Nel raccontare la fine dell’azzardo, non negate la sofferenza ma negate la delega: quanto è stato difficile arrivare a questa posizione senza scivolare nella retorica?
La questione è per noi sostanziale, non di forma. Il senso di urgenza comunicativa che abbiamo è legato al volere superare gli schemi di pensiero che hanno sempre condannato l’umanità a trovare risposte facili e fuori da essa. La nostra visione è quella che esprimiamo nel disco: l’unica risposta è sempre stata e sempre sarà dentro noi stessi. Ogni minuto perso a delegare a “qualcosa” o “qualcuno” ci allontana dalla vera opportunità che la sofferenza ci da: celebrare questa vita che abbiamo e condividere tutto il bene che abbiamo da dare prima che sia troppo tardi. Abbandonarsi al caso, alla fortuna o al dio di turno non è mai servito a nulla se non ad accumulare rimpianti.
Il disco invita a scegliere il presente invece di affidarsi a un oltre astratto. Pensate che oggi il qui e ora faccia più paura del futuro?
E’ nostra natura come persone rifugiarci nel passato per nostalgia di momenti felici o guardare al futuro speranzosi di poterne vivere altri. Il presente, nel frattempo, ce lo dimentichiamo, e ironicamente, vanifichiamo le possibilità che abbiamo di essere felici nel quotidiano, con le grandi e le piccole cose. Che senso ha vivere con l’idea che questa vita in nostro possesso non sia altro che una breve parentesi rispetto a un “dopo” infinito e perfetto (che cambia a seconda dei canoni di riferimento)? Il qui e ora fa paura perché è necessario essere presenti a sé stessi ed essere disposti a guardarsi dentro in profondità ed aprirsi agli altri, uno sforzo attivo che passa dal mettersi in discussione giorno per giorno.
Quanto di questa riflessione nasce da esperienze personali e quanto dall’osservazione del mondo intorno a voi?
Le due cose non sono distinte. Non possiamo che avere esperienza soggettiva del mondo: ciò che accade direttamente a noi e ciò che accade intorno a noi passerà inevitabilmente dagli stessi filtri personali. In qualche modo il disco parla anche di questo in brani come “Killersplinter”, “Pool Of Consciousness” e “breathoftheworld”, il personale e il collettivo si fondono costantemente dentro di noi, e sta a noi dover navigare in modo coerente ai nostri valori questo mare di input continui. Il punto è che se si scava a fondo le risposte più viscerali e istintive tendono ad essere comuni tra tutti gli esseri umani, tutto il resto è una costruzione sovrastrutturale.
Vi sentite cambiati come persone dopo aver scritto questo disco, oppure il cambiamento è avvenuto durante il processo?
Sicuramente entrambe le cose. Non avremmo potuto scriverlo così se non fossimo cambiati prima e durante la realizzazione, e sicuramente averlo scritto ci ha dato una nuova consapevolezza anche a posteriori.
Se “A Gambler’s Demise” fosse una domanda rivolta all’ascoltatore, quale sarebbe?
Sicuramente le cose sono state ridicole e stupide da sempre, ma ciò ti rende forse quest’epoca meno irritante da vivere?

