TITTA si racconta: «La mia musica è uno spazio psico-punk in cui il corpo incarna le storie»


Cosa succede quando il palcoscenico diventa il luogo in cui dare un corpo alle ferite invisibili dell'anima? Lo sa bene TITTA, artista poliedrica che fonde con naturalezza canto moderno, recitazione e artiterapie espressive. Con il nuovo singolo "Cronika", primo tassello del progetto discografico "FUORI ASSE", la cantautrice trasforma il burnout e la stanchezza in un'estetica visiva elegante e disturbante, ambientata nel vuoto suggestivo di un teatro. Dalle prime esibizioni da bambina nel coro della chiesa fino al sogno (non troppo proibito) di un duetto con Lady Gaga o Arisa, TITTA ha confessato a Spettakolare la sua personale visione della musica: non un semplice insieme di note, ma un universo narrativo in cui ogni canzone è una stella inclinata che rivendica il diritto di brillare.

La tua identità artistica si muove con naturalezza tra musica, teatro e ricerca emotiva nelle artiterapie espressive. Ci spieghi un po’ com’è nata questa tua passione così ricca e poliedrica per la musica?
Credo di non aver mai vissuto musica, teatro e artiterapie espressive come percorsi separati. Per me sono linguaggi diversi che cercano di rispondere alla stessa domanda: come possiamo raccontare ciò che spesso non riusciamo a dire a parole?
La musica arriva dove il linguaggio razionale si ferma. Il teatro dà un corpo alle emozioni. Le artiterapie mi hanno insegnato che l'espressione artistica non serve soltanto a creare qualcosa di bello, ma può diventare uno spazio di ascolto, consapevolezza e trasformazione.
È probabilmente per questo che il mio modo di fare musica è così narrativo. Quando scrivo una canzone non penso solo alla melodia o al testo: immagino già le immagini, il palco, il videoclip, i silenzi, il modo in cui quella storia potrà essere vissuta da chi l'ascolta.
In fondo, il mio obiettivo non è semplicemente pubblicare canzoni. È costruire esperienze che aiutino le persone a sentirsi meno sole, a far ritrovare loro la grinta. Se poi quelle esperienze riescono anche ad aprire una riflessione o a far nascere una domanda, allora credo che l'arte abbia davvero compiuto il suo lavoro.

Avendo alle spalle studi approfonditi nel canto moderno, nel teatro e nelle terapie espressive, qual è il tuo primo ricordo assoluto legato alla musica?
Il primo ricordo davvero forte legato alla musica risale a quando ero bambina e cantai per la prima volta da solista nel coro della chiesa.
Ricordo ancora la sensazione di sentire la mia voce risuonare in quello spazio così grande, così bello, quasi sospeso. Mi sembrava di volare. Ma la cosa che mi colpì più di tutte fu il silenzio: tutte quelle persone erano lì, ad ascoltare me. O meglio, ad ascoltare quello che, attraverso la mia voce, stavo raccontando.
Credo che sia stato quello il momento in cui ho capito, anche se non avrei saputo spiegarlo con queste parole, che cantare non significava semplicemente eseguire una melodia. Significava creare una connessione.
Ancora oggi, ogni volta che salgo su un palco, cerco quella stessa sensazione. Non mi interessa essere al centro dell'attenzione: mi interessa che, per qualche minuto, chi mi ascolta senta di far parte della stessa storia.

Proprio per l'uso che ne fai, sia sul palco sia in contesti educativi, qual è la tua personale definizione di musica?
Per me la musica è un posto.
Un luogo in cui possiamo smettere di difenderci, di dimostrare, di interpretare un ruolo. Un luogo in cui possiamo riconoscerci, anche quando facciamo fatica a riconoscere noi stessi.
È per questo che la vivo allo stesso modo sul palco, in studio o durante un laboratorio teatrale. Cambia il linguaggio, ma non cambia l'intenzione: creare uno spazio in cui le persone possano sentirsi accolte, ascoltate e meno sole.
Non credo che la musica abbia il compito di guarire le persone. Sarebbe una responsabilità troppo grande. Credo però che possa fare una cosa altrettanto preziosa: farci sentire compresi.
Quando qualcuno mi scrive "questa canzone sembra parlare di me", penso che la musica abbia fatto il suo lavoro. Perché, in fondo, una canzone non cambia il mondo. Ma può cambiare il modo in cui una persona attraversa il proprio mondo. E a volte è proprio da lì che iniziano i cambiamenti più importanti.
La musica è il posto in cui scopriamo che qualcuno ha trovato le parole per raccontare qualcosa che pensavamo appartenesse solo a noi.

Dalla traccia d’esordio “Ostaggi” fino a “Mimma” e “Perfetta”, quali sono i cantanti e i compositori che hanno maggiormente influenzato il tuo originale percorso artistico?
Ogni artista che ho amato mi ha lasciato qualcosa di diverso. Da Vecchioni e Guccini ho imparato il valore delle parole e del racconto. Dai Queen la libertà di non avere paura della contaminazione e della teatralità. Da Mia Martini e Amy Winehouse l'onestà emotiva, quella capacità di trasformare una ferita in arte senza addolcirla.
Lady Gaga mi ha insegnato che un artista può costruire un universo e non soltanto pubblicare canzoni. È probabilmente l'esempio che più mi ha influenzata nel pensare ogni brano come parte di un immaginario più ampio, in cui musica, performance, videoclip e narrazione dialogano continuamente.
Negli ultimi anni guardo con interesse anche ad artisti come Ultimo e Alfa, che hanno trovato un modo personale di parlare alla propria generazione senza rinunciare all'autenticità.
Se però dovessi riassumere tutto in una frase, direi che i miei riferimenti non mi hanno insegnato come scrivere canzoni. Mi hanno insegnato ad avere il coraggio di costruire un linguaggio riconoscibile. È quello che sto cercando di fare oggi con FUORI ASSE: creare un mondo in cui ogni canzone sia una stella e tutte, insieme, raccontino la stessa costellazione.

Il tuo mondo flirta molto con la narrazione alternativa e teatrale. Con chi ti piacerebbe collaborare o duettare della scena musicale attuale?
Se dovessi scegliere un'artista italiana con cui condividere un brano, direi senza dubbio Arisa. Trovo che abbia una sincerità interpretativa rara, quella capacità di attraversare un'emozione senza filtri. In lei ritrovo qualcosa delle grandi artiste che amo, come Mia Martini e Amy Winehouse: una voce che non si limita a cantare, ma racconta, accoglie e lascia spazio alla fragilità trasformandola in potenza espressiva.
Se poi potessi sognare in grande, direi Ed Sheeran. Amo la sua capacità di scrivere canzoni apparentemente semplici ma universali, e di trasformare l'intimità in qualcosa in cui milioni di persone possono riconoscersi.
E poi c'è il sogno impossibile: Lady Gaga. È probabilmente l'artista che più ha influenzato la mia idea di performance. Mi affascina il modo in cui riesce a fondere musica, teatro, immagine e racconto in un unico universo artistico. Credo che un duetto con lei mi farebbe dimenticare persino il testo della mia canzone! Ma questo in realtà già succede anche quando canto da sola, ahah. 
In fondo, più che rincorrere un nome famoso, mi piacerebbe incontrare artisti con cui condividere un modo di intendere la musica: come uno spazio di libertà, autenticità e verità.

Parliamo del tuo ultimo singolo "Cronika": come è nata l’idea di ambientare il videoclip in un teatro vuoto, trasformando la fatica in un'estetica psico-punk ed elegantemente disturbante?
L'idea è nata dal desiderio di dare un volto a qualcosa che, normalmente, un volto non ce l'ha.
La stanchezza cronica, il burnout e il peso emotivo sono nemici invisibili. Non hanno una forma precisa e, proprio per questo, spesso vengono sottovalutati. Io volevo renderli tangibili.
Il teatro mi è sembrato il luogo perfetto perché è uno spazio di trasformazione. Un luogo in cui la realtà può diventare simbolo. Quel palco vuoto rappresenta, in qualche modo, la mente: uno spazio in cui andiamo continuamente in scena, combattendo battaglie che spesso nessuno vede.
Da lì è nata l'idea di trasformare Cronika in una presenza fisica. Non volevo rappresentarla come un mostro nel senso classico, ma come qualcosa di ambiguo, quasi seducente. Una figura elegante, magnetica, psico-punk, capace di attirarti e allo stesso tempo di prosciugarti lentamente delle energie. Una vampira contemporanea, che non succhia il sangue, ma la vitalità.
La presenza di Anna Bucci, con il suo linguaggio contaminato tra danza e teatro fisico, ha reso possibile tutto questo. Il suo corpo racconta ciò che le parole non possono spiegare.
Mi piaceva anche l'idea di richiamare, in modo più maturo, il mio primo videoclip, Ostaggi, dove i "mostri" rappresentavano le emozioni negative. In CRONIKA quei mostri sono diventati uno solo. Non è più fuori di me: combatte con me, mi sfida, mi seduce, ma alla fine scelgo di guardarlo negli occhi invece di lasciarmi definire da lui (lei).
Perché il finale del videoclip non racconta la vittoria sulla stanchezza. Racconta qualcosa che, per me, è ancora più importante: la scelta di non lasciarle più decidere chi sono.

"Cronika" è solo il primo tassello di "FUORI ASSE". Qualche novità o anticipazione sul nuovo progetto che vuoi condividere, in anteprima, con i lettori di Spettakolare?
Posso dire che CRONIKA è solo la prima stella di una costellazione molto più ampia.
Nei prossimi mesi FUORI ASSE – carta celeste per stelle inclinate prenderà forma attraverso canzoni molto diverse tra loro, ma unite da un unico filo narrativo. Si parlerà di inclusione, neurodivergenza, relazioni a distanza, lavoro artistico, ansia, famiglia e, soprattutto, del rapporto che impariamo ad avere con noi stessi.
Ogni singolo avrà un'identità visiva precisa, un videoclip o un racconto che ne amplierà il significato. Il mio obiettivo non è pubblicare una serie di brani, ma costruire un universo narrativo in cui musica, immagini e parole dialoghino continuamente.
Se devo fare un'anticipazione, direi questa: dopo CRONIKA arriverà un brano molto diverso, che parlerà d'amore. Ma, anche questa volta, non sarà una semplice canzone romantica. Sarà un invito a vivere il presente, senza lasciare che la paura del futuro o il peso del passato ci impediscano di riconoscere la felicità quando è già davanti ai nostri occhi.
In fondo, una carta celeste serve proprio a questo: non a indicare un'unica strada, ma ad aiutare ciascuno a trovare la propria.

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