Oltre la Parola, la Musica come Portale: Anastasia Anniemore 24 si Racconta tra Poesia, Produzione e Nuove Visioni

 



Dagli esordi legati allo studio del pianoforte e alla poesia fino alla guida artistica di un imponente mosaico sonoro: Anastasia Anniemore 24 è la mente e l'anima dietro il visionario format “30 brani per 30 voci”. In questa intervista esclusiva per Spettakolare, la poliedrica autrice e direttrice artistica ci svela la genesi del suo ultimo EP "Un bacio di fortuna (Vol. 2)", la sinergia con interpreti come Dalia nel singolo "Tango", e il suo modo unico di intendere la musica come un filo invisibile capace di unire e dare voce alle emozioni più intime e universali.
 
Se torni indietro con la mente ai tuoi anni in Bielorussia, tra gli studi di pianoforte e il giornalismo, qual è il tuo primo, reale ricordo legato al mondo della musica?
Non so bene neanch’io da dove sia nata questa passione: la spiegazione più onesta che posso dare è che è stato il destino. Non è arrivata da un calcolo o da un piano di carriera; è arrivata prima di tutto attraverso la parola, attraverso i testi poetici. La “prosa” della vita quotidiana, con i suoi impegni e le sue urgenze, per molto tempo non mi lasciava spazio per scrivere. Poi, qualche anno fa, quando il mondo si è fermato, ho provato a mettere su carta delle poesie ed è diventato un incontro quotidiano con qualcosa di inspiegabile e trascendente, che sembrava avere bisogno di me per esprimersi.
Non so mai, in anticipo, di cosa scriverò: ogni nuovo testo è una sorpresa anche per me. Viviamo in un’epoca dominata dallo schermo più che dal foglio stampato; le persone hanno sempre meno tempo e pazienza per leggere. La musica, invece, arriva in modo diretto, non chiede troppo: entra, agisce, fa il suo lavoro emotivo quasi da sola. Per questo, per me, la musica è diventata lo strumento che ha dato le ali ai miei testi, il modo per far viaggiare quelle parole verso chi non avrebbe mai cercato un libro di poesie.
Il mio percorso nella musica nasce così: dal riconoscere che il testo contiene già un ritmo e una melodia implicita, e dal desiderio di tradurre quel ritmo interno in suono. Sto cercando, passo dopo passo, di capire cosa propone il mondo discografico e di trovare una direzione sonora che sia davvero mia. Devo dire che, anche solo nell’ultimo anno, sento di aver cambiato approccio: mi accorgo di crescere insieme all’esperienza, di maturare un orecchio diverso verso le produzioni, e di avvicinarmi sempre di più a un modo di scrivere e produrre che rispecchi la mia urgenza originaria, ma con una consapevolezza nuova.

Visto che ricopri un ruolo poliedrico — spaziando dalla scrittura dei testi alla direzione artistica e alla pianificazione legale —, qual è la tua personale definizione di musica?
Per me, la musica è un filo invisibile che attraversa tutto: persone, storie, tempi diversi, e riesce a sintonizzare sulla stessa onda anche chi, nella vita concreta, è in disaccordo.
Ha la capacità di leggere sentimenti e pensieri nascosti, di rivelarli a noi stessi, di farci piangere e sorridere senza bisogno di spiegazioni razionali.
La musica è come un portale di connessione con qualcosa di più grande, quasi con il divino: una dimensione che non vediamo ma possiamo percepire, se sappiamo sincronizzarci.
In questo ruolo poliedrico – tra testi, direzione artistica e pianificazione legale – la mia definizione personale resta questa: la musica è il linguaggio che prova a tenere insieme ciò che la vita tende a separare, e a dare una forma condivisibile a ciò che, altrimenti, resterebbe solo dentro di noi.

Per dare vita ai tuoi brani collabori con tantissimi interpreti diversi. Quali sono i cantanti della scena italiana o internazionale che hanno maggiormente influenzato il tuo percorso e il tuo gusto estetico?
Ci sono tantissimi interpreti che hanno contribuito a formare il mio gusto estetico e la mia idea di voce, sia nella scena italiana che in quella internazionale.
Se penso all’Italia, i primi nomi che mi vengono in mente sono Mina, Ornella Vanoni, Anna Oxa, Mia Martini, Matia Bazar, Zucchero, Pino Daniele, Mango, per citarne solo alcuni. Sono artisti molto diversi tra loro, ma hanno in comune una cosa fondamentale: una forte identità vocale e una grande capacità di trasformare la canzone in racconto emotivo, in qualcosa che resta nella memoria.
Accanto a questi riferimenti italiani, ci sono poi gli ascolti internazionali che hanno ampliato il mio immaginario sonoro: Alan Parsons Project, Pink Floyd, Sia, Dalida, London Grammar, FKA twigs e molti altri. Da loro ho imparato quanto la produzione, l’atmosfera sonora e la ricerca timbrica possano essere importanti quanto la melodia stessa. L’incontro tra queste influenze – la profondità emotiva della canzone d’autore italiana e la sperimentazione estetica di certo pop/rock internazionale – è la base su cui costruisco le mie collaborazioni: quando scelgo una voce, cerco sempre qualcuno che abbia non solo tecnica, ma anche quella capacità di “abitare” una canzone e renderla un piccolo mondo a sé.

Nel tuo progetto "1 brano, 1 voce" affidi ogni pezzo a un interprete emergente differente. C'è un artista della scena mainstream con cui ti piacerebbe collaborare o a cui saresti felice di affidare un tuo testo inedito?
È davvero una domanda difficile, perché il cuore del progetto “1 brano, 1 voce” è proprio la scoperta di interpreti nuovi, fuori dai soliti giri.
Tra gli artisti mainstream che conosco e sento più affini, credo che Francesca Michielin potrebbe essere una bellissima scelta: mi piace il suo modo di abitare le parole e di tenere insieme fragilità e forza.
Allo stesso tempo, però, la cosa che mi entusiasma di più è l’idea di incontrare “le prossime voci mainstream” prima che lo diventino: interpreti magari ancora sconosciuti al grande pubblico, ma con un mondo interiore e una identità vocale così forti da poter crescere, progetto dopo progetto, fino a diventare nuovi nomi centrali nella scena.
In fondo, il mio desiderio è questo: scrivere brani che possano trovare casa sia in chi è già affermato, sia – e forse soprattutto – in chi sta ancora cercando il proprio spazio e la propria definizione come voce.

Parliamo del tuo ultimo EP "Un bacio di fortuna (Vol. 2)". Come è nato questo secondo volume e come si è sviluppato il lavoro di coordinamento e di registrazione in studio, ad esempio al Pocket Studio con Fabio Vaccaro?
Il mio percorso con “Un bacio di fortuna (Vol. 2)” è un po’ atipico rispetto al classico iter di produzione di un EP. In realtà tutto nasce da molto prima: prima dei brani ho scritto trenta testi, uno per ogni voce che immaginavo potesse abitarli. Solo dopo ho iniziato a musicarli, a cercare le voci giuste e a produrre i pezzi per cui riuscivo a trovare un interprete adatto.
Per completare i sei EP dell’intero progetto ho impiegato circa un anno e mezzo, partendo letteralmente da zero. Il secondo volume non è stato pensato come “capitolo a sé”, ma come una selezione naturale dei brani che via via prendevano forma durante il percorso: canzoni che, pur nate in momenti diversi, sono legate da un filo comune fatto di amore, solitudine, paure e speranze umane, raccontate attraverso letture vocali ed emotive molto diverse tra loro.
All’inizio il Pocket Studio è stato fondamentale: non avevo ancora nessun lavoro precedente in Italia e non conoscevo nessuno. Sono state proprio due bellissime voci bresciane, Chiara Marzaroli e Chiara Giovanelli, a incontrarmi grazie allo studio. Poi però è arrivato il momento di verità: mi è stato detto chiaramente che trovare in poco tempo altre 28 voci era praticamente impossibile.
A quel punto ho dovuto rimboccarmi le maniche: in tre mesi ho cercato, contattato, ascoltato e selezionato interpreti ovunque fosse possibile. Non è stato facile, ma ce l’ho fatta. Evidentemente la mia “carica” e il mio entusiasmo si sentivano, perché chi ha accettato di restare nel progetto non se n’è pentito.
Con il tempo ho acquisito sempre più sicurezza anche in studio e ho deciso di prendermi in mano non solo la scrittura, ma anche la direzione artistica: proponevo a Fabio Vaccaro la mia visione sugli arrangiamenti, portavo riferimenti sonori precisi, preparavo cartelle dettagliate per i cantanti. Spesso ci mandavamo provini anche via WhatsApp, che correggevamo insieme, così in studio si arrivava già con le idee chiare su intenzioni, dinamiche e colori emotivi.
Il lavoro in vari Studi (perché ci sono anche gli altri 3 studi con i quali ho collaborato) è diventato la parte che amo di più: quei momenti in cui si lavora insieme, ci si ascolta davvero, e l’energia e l’esperienza di ognuno lascia una traccia riconoscibile dentro il brano. In questo senso “Un bacio di fortuna (Vol. 2)” è il risultato di un coordinamento molto intenso: non solo di voci, ma di visioni che si incontrano e si accordano intorno a ogni canzone.
 
Cinque canzoni affidate a cinque voci diverse (da Antonella Bacchini a Dalia, fino a Davide Moscato, Luca Borin e Marianna Valloggia). C’è un filo conduttore emotivo o tematico che unisce i brani di questo secondo capitolo?
Cinque canzoni, cinque voci diverse, ma lo stesso territorio emotivo: quello dei temi universali che possono essere “indossati” da chiunque. In questo secondo volume ho lavorato soprattutto sui pensieri segreti – quelli che spesso non diciamo a nessuno – e sugli umori che attraversano una giornata, tra desideri, paure e piccoli terremoti interiori.
In poche parole, sono canzoni che danno voce a ciò che molti di noi pensano e sentono, ma che senza la musica forse non avrebbero mai trovato il coraggio di raccontare ad alta voce.

Il singolo trainante di questo volume è "Tango", interpretato dalla potente e passionale voce di Dalia. È questa la canzone che più ami del nuovo EP, o c’è un altro brano della tracklist a cui ti senti legata in modo speciale?
È vero che “Tango”, con la voce di Dalia, è il singolo trainante di questo volume, ma non posso dire che sia “la canzone che amo di più”. Sarebbe come scegliere un figlio preferito.
      
Ogni brano di questo EP mi è caro in modo diverso: sono tutti nati da una storia precisa, da situazioni reali, da incontri con persone che hanno incrociato la propria vita con quella del progetto. Una volta che una canzone prende voce, arrangiamento e volto umano, porta con sé un pezzo di biografia condivisa, non è più solo “un file” o “una traccia nella tracklist”.
Per questo faccio fatica a fare una classifica: sono tutti diversi, ma ognuno custodisce una parte di questo viaggio, e io li amo proprio perché ormai non sono più solo miei, sono diventati anche delle persone che li hanno interpretati.

C’è qualche anticipazione o novità che vuoi condividere con i lettori di Spettakolare, magari sull'evoluzione dei prossimi volumi del progetto?
Sì, qualche anticipazione posso darla. Il terzo EP è già pronto e uscirà l’11 settembre: sarà un capitolo molto diverso dai primi due, perché è più orientato verso la musica elettronica e ambient, con una ricerca timbrica che si allontana ancora di più dalla forma-canzone tradizionale.
Il quarto EP, invece, è previsto per novembre e chiuderà in qualche modo questo primo “arco” del progetto. A partire dall’anno prossimo mi piacerebbe spingermi ancora oltre: i volumi successivi saranno sempre più dedicati a generi sperimentali e a scelte produttive audaci, sia dal punto di vista sonoro che strutturale.
In sintesi, “30 brani per 30 voci” non è solo una serie di EP, ma un work in progress continuo: ogni uscita prova ad aprire un po’ di più il campo, sia per le voci coinvolte sia per le possibilità della scrittura e della produzione.

 

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